Innovazione e ricerca

2 homeIl mese scorso sono stato invitato da Confapi Sardegna a partecipare ad  un convegno sull’innovazione (http://www.confapisardegna.it/convegno-pubblico-innovazione.-adattarsi-al-cambiamento-generando-innovazione.html) per parlare dell’evoluzione dei sistemi distributivi nella logistica.

Come raramente mi capita, durante la discussione sono volutamente uscito fuori tema, ma l’occasione era troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire: ho preferito infatti fare il punto sull’innovazione nei sistemi di trasporto in generale, piuttosto che concentrarmi sui soli sistemi distributivi, in quanto ritengo che si stiano perdendo grandi opportunità ed occasioni di crescita.

I trasporti, diciamolo francamente, sono un settore che fatica a stare al passo con l’innovazione: la sua natura chiusa e corporativista ha, nel tempo, creato una corazza di protezione anacronistica rispetto alle spinte di cambiamento provenienti dall’esterno: è sufficiente entrare in un porto commerciale e vedere come le informazioni, nell’era dei social, dei network 2.0, dei palmari sempre connessi, ancora oggi vengano trasmesse spesso via fax, o per telefono, che i mezzi in ingresso o in uscita non siano tracciati, che diventi un’impresa conoscere la reale quantità di merce che transita perché “ … è impossibile gestire il dato” (chi qualche volta si è imbattuto nel confronto fra dati ufficiali e reali sa a cosa mi riferisco).

Non parliamo poi delle infrastrutture (strade, stazioni, terminal) dove si fatica a stare al passo con l’abbattimento delle barriere architettoniche, dove i lavori per una semplice manutenzione o adeguamento durano anni, dove acquistare un servizio on line è ancora una rarità. L’unico settore nei trasporti realmente innovativo è quello dei veicoli, nel quale innovazione fa spesso rima con sicurezza, con qualità, con design, con tecnologia ma anche con marketing e distribuzione.

Che fare, dunque?

Una delle prime cose è uscire dall’equazione innovazione = tecnologia: siamo spesso legati allo stereotipo che innovare significa avere a che fare con sistemi tecnologicamente evoluti, con software ed hardware di punta, con processori e macchinari, con officine o, più in grande, con industrie meccaniche o manifatturiere in genere. Ci si ferma cioè all’innovazione di prodotto, senza vedere l’altra faccia della medaglia, quella che deve consentire a queste tecnologie di amalgamarsi con la vita comune e reale, ovvero l’innovazione di processo, o meglio nei processi: qui c’è il vuoto, quello reale, spinto, profondo, buio, che interessa soprattutto i processi decisionali,  che molto spesso si accompagnano con il termine  “pubblico”. Qui l’innovazione stenta, arranca, sopraffatta dal suo opposto, ovvero da quella burocrazia amministrativa che sta diventando la tomba dell’economia e dello sviluppo nazionale, quella che utilizza come unità di misura temporale i mesi o i semestri e che considera una grande conquista la richiesta on line di un certificato, quando da decenni tutto il mondo dialoga sul web o via mail.  Qui la vera innovazione si chiama semplificazione, si chiama certezza dei tempi delle procedure, si chiama unanimità di giudizio ed assenza di interpretazione differente delle norme.

L’altro aspetto sul quale intervenire riguarda la convinzione che l’innovazione la facciano i sistemi e non le loro modalità di applicazione: è abitudine diffusa, soprattutto da parte di molti Enti Locali, soddisfare la naturale richiesta di innovazione sui trasporti, con il solo acquisto di attrezzature e sistemi, senza pensare al loro corretto utilizzo. Pensiamo, ad esempio, a chi si dota di bike sharing in assenza di una rete di piste ciclabili, o a chi riempie la città di pannelli a messaggio variabile utilizzandoli poi a sproposito (vedi richiami inutili agli articoli del codice della strada) o a chi dissemina le strade di spire magnetiche per il controllo del traffico per poi non utilizzare quei dati. Senza un piano di gestione, senza un sistema di organizzazione, senza una definizione chiara delle modalità applicative, qualsiasi prodotto, anche il più avanzato, risulta inutile e superfluo.

Infine un auspicio, che solo a prima vista può apparire funereo per l’innovazione: purtroppo quando si parla di sistemi innovativi spesso si parla di elementi di nicchia, di punta, ancora distanti dall’uso quotidiano: l’auspicio è che tutti gli apparati dichiarati “innovativi”, perdano quanto prima tale aggettivo, per diventare elementi comuni ad uso di tutti ed a servizio della collettività e possano chiamarsi semplicemente “sistemi”, trasferendo quel aggettivo ad altri più evoluti, con l’augurio, anche per loro, di perderlo al più presto.

 

Gianfranco Fancello